Linc #7

https://www.facebook.com/riccardo.paccosi/posts/10211952013386271 Un interessante post dal Facebook di Riccardo Paccosi, istrionico attore, autore e fine pensatore. L’analisi parte dal libro “Postdemocrazia” di Colin Crouch, che non ho – ancora – letto, e fa il punto, pur nell’ovvia schematicità che richiede la brevità di un post, del processo di progressivo trasferimento di potere dal popolo ad “altri” pur all’interno di un sistema (apparentemente, quindi) democratico. // Il bello è che compila anche una breve lista di alcune culture politiche che si sono fatte agenti e/o facilitatrici più o meno consapevoli di questo processo, e la cosa si fa interessante davvero.

Per chi non avesse FB copio e incollo in calce il post in oggetto. Da www.facebook.com/riccardo.paccosi

“SUL PERCHE’, OGGI, TUTTE LE CULTURE POLITICHE SIANO POST-DEMOCRATICHE
“Postdemocrazia”, secondo la definizione data nel 2003 dal saggio omonimo del politologo inglese Colin Crouch, è un sistema dove l’esercizio della democrazia rimane formalmente intatto in termini di partecipazione e cosultazione. Nella sostanza, però, il potere decisionale effettivo dei cittadini – che coinciderebbe poi con il potere costituente – si svuota a favore di un accentramento decisionale sbilanciato a favore delle oligarchie economiche.
Più o meno tutti, oggi, concordano sul fatto che tale processo sia in atto in tutti i paesi del capitalismo occidentale. Meno scontato, invece, è sostenere che TUTTE le culture politiche oggi rappresentate nelle istituzioni di suddetti paesi, siano corresponsabili giacché esse perseguono una visione del mondo pienamente post-democratica.
Come analizzato dal citato Crouch, la postdemocrazia riesce a realizzarsi mano a mano che l’economia si trasforma, si decentra, si finanziarizza e, conseguentemente, il corpo sociale si frammenta, i suoi strumenti di rappresentanza e mediazione nei confronti dello stato – partiti e sindacati in primis – diminuiscono progressivamente rappresentatività e potere contrattuale.
Sarebbe però un grave errore interpretare questo processo in chiave esclusivamente economica: finiremmo, infatti, col ripiombare in quel determinismo storico che è caratteristico dell’ideologia neoliberista, ovvero in quell’idea superstiziosa secondo cui i processi intrinseci alla globalizzazione non rappresenterebbero specifiche strategie politiche, bensì coinciderebbero con l’andamento ineluttabile della Storia.
Invece, il processo postdemocratico è stato possibile anche grazie a una trasversale e imponente campagna ideologica che ha preso come bersaglio il concetto stesso di mediazione, sia sociale che politica.
Sul piano della filosofia politica, si può dire che sia iniziato tutto quarant’anni fa, più o meno nella seconda metà degli anni ’70. Allora, teorici come Norberto Bobbio e Toni Negri scrivevano della Costituzione asserendo che il suo impianto normativo bloccava il libero esprimersi della società o che, comunque, era incapace di cogliere le trasformazioni di quest’ultima.
A questo attacco allo strumento di mediazione primario che era la Carta, va quindi aggiunto l’apporto della sinistra extraparlamentare, interamente volto a contestare l’esistenza stessa delle strutture di mediazione.
Infine, sempre rimanendo in quel decennio, non va dimenticato il ruolo di piccola ma incisiva avanguardia svolto dal Partito Radicale contro la “partitocrazia” e la “sindacatocrazia”; ovvero e di nuovo: contro il principio di mediazione.
A partire dagli anni ’90 e fino a oggi, tutto è finito per convergere in un’aggressione continua e su più livelli. La mediazione tra le forze politiche è stata bollata e stigmatizzata col termine “consociativismo”. I compromessi fra le classi sociali che nei decenni precedenti avevano strutturato il welfare state, sono stati bollati come “sprechi” e “privilegi”.
Infine, nel 2007, a partire da due giornalisti del Corriere della Sera e dal loro libro “La Casta”, è partito un piano di comunicazione degno di Goebbels sui “costi della politica”: da lì è discesa una campagna devastante finalizzata alla completa demolizione della rappresentanza e del potere popolari; una campagna che, purtroppo, ha esercitato una salda presa egemonica sul 100% dell’opinione pubblica e sulla totalità delle forze politiche; l’opera di demolizione del potere costituente espressa da suddetta campagna, è quindi culminata nella distruzione di quella residuale garanzia di controllo popolare che era rimasta, vale a dire il finanziamento pubblico ai partiti; abolito quello col consenso d’una massa totalmente ideologizzata e fanatizzata, l’Italia è divenuto l’unico paese europeo – nonché uno dei pochi paesi al mondo – in cui le forze parlamentari sono entrate completamente e irreversibilmente sotto l’orbita di controllo e indirizzo delle èlite economiche.
Il quadro che si presenta oggi, non è mutato e rispecchia in tutti i casi il rifiuto della mediazione e, pertanto, rispecchia altresì l’espressione di un’ideologia pienamente post-democratica. Infatti abbiamo:
– la cultura del Movimento 5 Stelle con l’idea di democrazia diretta e, quindi, con l’idea che esista solo il singolo individuo deprivato di organismi stabili di mediazione e rappresentanza;
– la cultura dei centri sociali e della sinistra radicale, che propugna l’assemblearismo e, quindi, il medesimo principio individualista;
– la cultura del centrodestra – ma anche delle visioni politiche cosiddette rossobrune – che enuncia il rapporto diretto leader-popolo e, quindi, leader-singoli individui;
– la cultura del centrosinistra, che esprime il concetto di “governabilità” e, di conseguenza, la riduzione o l’azzeramento di tutti gli strumenti di mediazione e di contrappeso che possano condizionare l’attività legislativa ed esecutiva.
A tutto questo, si uniscono poi concetti propriamente anti-democratici che attribuiscono alle istituzioni la necessità di rispondere alle logiche del mercato: quindi, da ogni parte giungono enunciazioni neo-autoritarie sulla necessità di una democrazia “più veloce” e “più economica”.
Oggi, tutte le culture politiche presenti nelle istituzioni non possono non dirsi post-democratiche.
Democratico, al contrario, può dirsi solo chi attribuisce al popolo la necessità di disporre di organismi di potere effettivo e chi parte dal fatto che solo gli organismi di mediazione fra società e Stato garantiscono quell’effettivo “potere del popolo”, quell’effettiva capacità di far pesare gli interessi popolari nell’amministrazione pubblica e nel governo.
Se gli organismi di mediazione del passato quali partiti e sindacati sono in via di estinzione, questo non significa essere obbligati a concepire una società fondata su singoli individui atomizzati e, per ciò stesso, privi di potere politico-contrattuale. La situazione post-democratica attuale implica, al contrario,, che nel prossimo futuro occorrerà non solo lavorare per cambiare il quadro politico-elettorale, ma anche e soprattutto per creare nuove strutture collettive permanenti, nuovi organismi di mediazione articolati nella quotidianità territoriale e, soprattutto, nuovi corpi intermedi.“

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